Agenpress. Le esecuzioni extragiudiziali mirate, le detenzioni arbitrarie, le morti e i ferimenti causati dall’uso eccessivo della forza da parte del governo Maduro nel contesto di una politica repressiva sistematica e diffusa a partire almeno dal 2017 possono costituire crimini contro l’umanità: è quanto ha dichiarato oggi Amnesty International in un nuovo rapporto su quanto accaduto nel paese latino-americano alla fine di gennaio 2019, intitolato “Fame di giustizia: crimini contro l’umanità in Venezuela”.

“Come sosteniamo da anni, in Venezuela è applicata una sistematica politica di repressione contro gli oppositori o persone ritenute tali solo perché prendono parte alle proteste: il governo Maduro deve renderne conto di fronte al sistema di giustizia internazionale”, ha dichiarato Erika Guevara-Rosas, direttrice di Amnesty International per le Americhe.

“Chiediamo a tutti gli stati di mostrare il loro inequivoco sostegno alle vittime e di assicurare che i crimini ai loro danni non restino impuniti. La comunità internazionale non può voltare le spalle alle vittime, tanto quelle rimaste in Venezuela quanto quelle che hanno lasciato il paese, di questa crisi senza precedenti”, ha aggiunto Guevara-Rosas.

Nel gennaio 2019 crimini di diritto internazionale e violazioni dei diritti umani sono stati commessi in modo costante in quasi ogni parte del paese, caratterizzati da un alto livello di coordinamento tra le forze di sicurezza locali e nazionali. Non si è trattato di azioni casuali o isolate, ma di attacchi pianificati diretti dalle forze di sicurezza contro persone identificate o percepite come oppositori, soprattutto nei quartieri poveri, con l’obiettivo di neutralizzarle o eliminarle.

Le autorità ai più alti livelli, compreso Nicolás Maduro, sapevano di questi gravissimi attacchi, avvenuti in luoghi pubblici, ma non hanno preso alcun provvedimento per prevenirli né per accertarne i responsabili. Amnesty International ritiene che la copertura fornita a queste e alle successive azioni faccia parte della politica di repressione.

La natura degli attacchi di gennaio, dal punto di vista della gravità dell’accaduto, del numero delle vittime, dei tempi e dei luoghi, del livello di coordinamento tra le forze di sicurezza e delle similitudini con quanto accaduto nel 2014 e nel 2017 hanno portato Amnesty International a ritenere che le autorità venezuelane abbiano commesso crimini contro l’umanità e debbano risponderne di fronte a un organismo giudiziario indipendente e imparziale.

Pertanto, Amnesty International chiede che il Consiglio Onu dei diritti umani, nella sua prossima sessione di giugno-luglio 2019, istituisca una commissione d’inchiesta; che gli stati genuinamente preoccupati per la situazione in Venezuela attivino l’istituto della giurisdizione universale; che l’ufficio della Procuratrice del Tribunale penale internazionale, che aveva iniziato un esame preliminare della situazione all’inizio del 2018, prenda in considerazione anche gli eventi più recenti.

Il grave deterioramento delle condizioni di vita e la sistematica violazione dei diritti economici, sociali e culturali continuano a riguardare la maggioranza dei venezuelani, tre milioni e 700 mila dei quali hanno lasciato il paese. Almeno tre milioni si trovano in altri paesi latino-americani e caraibici e molti di essi hanno bisogno di protezione internazionale.

“In un clima di gravi violazioni dei diritti umani, di fronte alla carenza di medicine e cibo e alla violenza generalizzata, in Venezuela c’è un’urgente fame di giustizia. I crimini contro l’umanità probabilmente commessi dalle autorità non devono rimanere impuniti”, ha commentato Guevara-Rosas.

“Fino a quando non sarà avviato il percorso verso la verità, la giustizia e la riparazione, il Venezuela continuerà a essere impantanato nella crisi estremamente grave dei diritti umani e nella repressione che vanno ormai avanti da tempo. Quanto è accaduto all’inizio del 2019 e più recentemente alla fine di aprile ne è la prova”, ha sottolineato Guevara-Rosas.

Ulteriori informazioni
Nel febbraio 2019 Amnesty International ha condotto una missione di ricerca in Venezuela intervistando decine di vittime di crimini di diritto internazionale e di gravi violazioni dei diritti umani commesse soprattutto tra il 21 e il 25 gennaio, un periodo contrassegnato da proteste di massa in tutto il paese contro il governo Maduro.

La ricerca ha evidenziato un allarmante cambio di marcia nelle politiche repressive contro coloro che dimostravano contro il governo Maduro, la maggior parte dei quali provenienti dalle comunità povere.

Dal 21 al 25 gennaio, in 12 dei 23 stati del Venezuela, sono state uccise almeno 47 persone, tutte a colpi d’arma da fuoco. Almeno 33 vittime sono state uccise dalle forze di sicurezza, altre sei da soggetti che agivano durante le manifestazioni con l’approvazione delle autorità. Undici delle morti sono qualificabili come esecuzioni extragiudiziali e sei di esse sono descritte in dettaglio nel rapporto di Amnesty International.

Nel corso di quei cinque giorni, oltre 900 persone – compresi bambini e adolescenti – sono state arrestate arbitrariamente in quasi tutti gli stati del Venezuela. Si stima che solo il 23 gennaio, il giorno in cui si sono svolte proteste in tutto il paese, siano stati eseguiti circa 770 arresti.

Dal 2014 Amnesty International denuncia il sistema repressivo del governo Maduro, che comprende l’uso eccessivo della forza contro i manifestanti, trattamenti crudeli e inumani e torture allo scopo di neutralizzare le proteste sociali.

Attraverso l’analisi di 22 casi, l’organizzazione per i diritti umani ha individuato un modello di arresti arbitrari per motivi politici occorsi ogni anno e ha identificato almeno sei prigionieri di coscienza.

Amnesty International ha anche denunciato che dal 2015 al 2017 le forze di sicurezza hanno commesso oltre 8000 esecuzioni extragiudiziali e ha raccolto informazioni dettagliate su otto casi di attacchi contro giovani residenti nei quartieri poveri che mostrano notevoli similitudini.

Queste prove hanno consentito all’organizzazione di riconoscere quella natura di sistematica e diffusa repressione anche nelle proteste del gennaio 2019.

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