Agenpress –  “In prossimità del Natale, desideriamo proporre una riflessione collettiva sul mondo della giustizia e delle carceri, attraverso una analisi in chiave non religiosa ma prettamente storica e fattuale della figura di Gesù.

In particolare, vogliamo mettere in evidenza la circostanza che Gesù ha potuto conoscere l’arresto, l’interrogatorio, il fatto processuale, la condanna, e la pena, come potrebbe trattarsi di un qualsiasi altro soggetto che attualmente abbia occasione di entrare all’interno del circuito del penale.

Allo stesso modo, vogliamo anche mettere in evidenza un fatto nuovo, poco approfondito, ovvero il fatto che Gesù è da considerarsi una vittima di reati, nel suo senso ampio, ovvero sia quale persona offesa direttamente dal reato, sia come persona, comunque, danneggiata dal reato. In primo luogo, per quanto concerne l’arresto di Gesù, va detto che i sacerdoti e il Sinedrio, iniziarono a cercare testimoni dopo che Gesù era stato arrestato (Matteo 26:59).

In pratica quando Gesù subì l’arresto, non era stata avanzata alcuna accusa contro di lui. L’arresto di Gesù, quindi, in chiave contemporanea, potrebbe rientrare nella fattispecie dell’arresto illegale di cui all’art. 606 del codice penale. Inoltre, le false accuse, la ricerca di false testimonianze, il processo profondamente viziato, inducono a supporre che Gesù sia stato anche vittima di quelli che attualmente vengono definiti all’interno del nostro codice penale, nel titolo III del libro II, come delitti contro l’Amministrazione della Giustizia.

In aggiunta, in merito all’atteggiamento di Pilato, sebbene non sia prevista nel nostro ordinamento una specifica disciplina sulla responsabilità penale dei magistrati, potrebbe, comunque, intravedersi l’ipotesi dell’omicidio con un elemento psicologico che sembrerebbe di dolo eventuale, ovvero quel dolo in cui l’evento illecito non rappresenta lo scopo che viene perseguito dall’autore dell’azione o dell’omissione, ma lo stesso evento viene, comunque, preveduto come possibile conseguenza della condotta posta in essere.

Sempre per quanto concerne l’atteggiamento di Pilato, potrebbe intravedersi l’ipotesi di cui all’art. 323 del codice penale, ovvero l’ipotesi di un abuso di ufficio ai danni di Gesù, chiamato Cristo. Per completezza, va precisato, tuttavia, che tale ultima figura di reato, prevede una forma di dolo particolarmente intensa, in cui l’autore del reato ha come obiettivo proprio la realizzazione dell’evento, ovvero il dolo intenzionale, e, quindi, va detto che una immaginaria difesa di Pilato, potrebbe oggi, invece, sostenere che lo stesso Pilato non ebbe delle particolari intenzioni nella vicenda, ma si limitò semplicemente a lavarsi le mani della sorte di Gesù.

Oltre a ciò, va detto che lo schiaffo subito da Gesù durante l’interrogatorio del Sinedrio (Giovanni 18: 22-23), integrerebbe il reato di percosse di cui all’art. 581 del codice penale. Allo stesso tempo, i pugni, la flagellazione subita, integrerebbero il reato di lesione personale di cui all’art. 582 del codice penale, nelle sue forme aggravate. Infine, tutte le acute sofferenze fisiche patite da Gesù, quale risultato di azioni estremamente crudeli come quella corona di spine posta sul capo e quella spugna imbevuta di aceto accostata alla bocca, inducono a supporre che Egli sia stato anche vittima dell’attuale reato di tortura, di cui all’art. 613 bis del codice penale. Attraverso questa riflessione, non vogliamo giungere a nessun tipo di conclusione, ognuno trarrà le conclusioni proprie.

Sussiste, tuttavia, una precisa finalità sottesa a tale riflessione, ed è quella di aiutare le persone ad uscire dai ragionamenti rozzi, elementari ed impermeabili alle altrui opinioni, che frequentemente vengono divulgati attraverso i media.

La finalità, quindi, è quella di aiutare le persone ad uscire da quei ragionamenti per cui spesso si dice “io sto sempre e comunque dalla parte delle vittime di reato, butterei la chiave della cella”, oppure per cui spesso si dice “io sto sempre e comunque dalla parte degli ultimi, dei poveri, degli immigrati, dei carcerati”.

Proponiamo tale riflessione di un Gesù arrestato, processato e condannato e allo stesso tempo di un Gesù vittima di reati, perché sia un esercizio a guardare le cose nella loro complessità”. Lo afferma in una nota Giuseppe Maria Meloni, portavoce dell’iniziativa Piazza delle Carceri e della Sicurezza del cittadino ed esperto di questioni concernenti la pena e la sua esecuzione.

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