Sangalli (Confcommercio): inflazione e crisi energetica nuova pandemia, rischio chiusura per 120 mila imprese

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AgenPress – “Dopo due anni di profonda crisi da Covid-19, oggi inflazione e crisi energetica sono “la nuova pandemia” che mette a serio rischio sopravvivenza le imprese del terziario. Da qui alla prima metà del 2023, secondo le nostre stime (avete sentito Mariano Bella poco fa), almeno 120mila piccole imprese potrebbero cessare l’attività con la perdita di oltre 370mila posti di lavoro”.

E’ l’allarme lanciato dal presidente di Confcommercio, Carlo Sangalli, intervenuto all’assemblea di Confcommercio Campania.

Sono emergenze che si sommano alla debolezza strutturale della crescita e dei consumi unita ad una eccessiva pressione fiscale, che caratterizza la nostra economia. Tre sono quindi le grandi emergenze che il nuovo governo si troverà ad affrontare da subito, anche in raccordo con l’Europa: fronteggiare l’emergenza energetica, contenere l’inflazione e contrastare il pericolo recessione.  E per fare questo servono interventi strutturali, a cominciare dal cosiddetto “energy recovery fund”, dalla fissazione di un tetto al prezzo del gas e dalla revisione dei meccanismi e delle regole di formazione del prezzo dell’elettricità. Dunque, subito, ripeto subito occorre sostenere le imprese sul versante del costo insopportabile delle bollette, con misure legate a questa emergenza. Ma occorrono anche interventi mirati e più robusti sul cuneo fiscale e contributivo, detassando gli aumenti dei rinnovi contrattuali e rafforzando le misure in tema di credito alle imprese.

E, naturalmente, occorre mettere a terra riforme ed investimenti del PNRR. Solo così si potranno rilanciare occupazione, redditi e consumi, rilanciando anche un clima di fiducia che è indispensabile al buon andamento dell’economia. La fiducia, guardate, non è però solo importante per il mercato, ma è fondamentale anche per il circuito della rappresentanza. Nelle ultime elezioni, abbiamo osservato con preoccupazione la crescita dell’astensionismo di quasi 10 punti percentuali. Un trend che era già evidente nelle ultime tornate amministrative e che oggi è quasi sconcertante: 36%, con punte di astensionismo del 50% in Regioni proprio come la Campania e sull’astensionismo è come se in questi anni una parte del Paese si fosse “chiusa” alla partecipazione, come se fosse entrata -lasciatemelo dire così- in un “lockdown civico”, quasi con l’idea che non si possa più fare la differenza davanti ai fenomeni globali.

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